Cosa è il contratto giuridico: annullabilità e nullita

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Il contratto è la più importante fonte di obbligazione infatti è un accordo di due o più parti per costituire, modificare o estinguere tra oro un rapporto giuridico patrimoniale.

Il contratto è un negozio giuridico bilaterale o plurilaterale ed ha sempre un contenuto patrimoniale e degli elementi essenziali:

  • l’accordo;
  • la causa;
  • la forma;
  • l’oggetto.

L’accordo è il consenso delle parti che deriva dalla combinazione delle volontà delle parti, la causa è la funzione economico-sociale del contratto e deve essere lecita, mentre la forma è un requisito richiesto dal contratto se disposto dalla legge come avviene per esempio nella compravendita di immobili o diritti reali sugli immobili.

L’oggetto del contratto poi, deve essere possibile, lecito e determinato o determinabile.

Elementi accidentali del contratto

Sono liberamente apposti dalle parti e sono la condizione, il termine e il modo: la condizione è un evento futuro ed incerto dal quale le parti fanno dipendere la produzione o il cessare degli effetti del contratto, il termine invece è un avvenimento futuro e certo dal quale o fino al quale devono prodursi gli effetti.

Il modo invece è un’onere, inteso come un peso che si appone su un atto di liberalità allo scopo di limitarne gli effetti.

Come si classificano i contratti?

I contratti vengono classificati secondo diversi criteri a secondo del perfezionamento del vincolo contrattuale, del tempo della esecuzione, degli effetti, del nesso tra le attribuzioni patrimoniali, del rapporto tra i corrispettivi e riguardo alla causa.

Proprio riguardo alla causa si distinguono i contratti atipici da quelle tipici.

In via generale nel nostro sistema giuridico possiamo distinguere:

  • contratti consensuali: che richiedono e si perfezionano con il semplice consenso delle parti;
  • contratti reali: oltre al consenso per il perfezionamento è necessario la consegna della cosa;
  • contratti ad esecuzione istantanea;
  • contratti di durata;
  • ad effetti reali o traslativi;
  • ad effetti obbligatori,
  • a prestazioni corrispettive;
  • a prestazione unica;
  • contratti commutativi ed aleatori.

Generalmente un contratto si perfeziona e conclude quando l’accettazione viene portata a conoscenza del proponente.

Cosa è il contratto preliminare?

E’ un contratto mediante il quale le parti si obbligano a stipulare un futuro contratto (definitivo).

Il contratto preliminare è nullo se non è stipulato nella stessa forma del contratto definitivo: in pratica è un contratto già perfetto e vincolante per le parti pur inserendosi nella fase delle trattative assolvendo ad una funzione preparatoria di quello definitivo.

Non bisogna confondere il contratto preliminare con il c.d. compromesso perché quest’ultimo è già un contratto definitivo subito efficace ma che contiene l’obbligo di riprodurre il consenso in forma determinata. Il compromesso è un contratto molto diffuso nelle compravendite immobiliari allo scopo di non manifestare nell’atto pubblico, per ragioni fiscali, il reale contenuto dell’atto.

Cosa succede se una parte non adempie dopo aver stipulato il contratto preliminare?

Succede che la parte adempiente può chiedere la risoluzione del contratto preliminare per inadempimento con la condanna dell’inadempiente al risarcimento del danno ovvero può chiedere al giudice di intervenire con l’emanazione di una sentenza che produca gli stessi effetti del contratto definitivo non con concluso.

L’efficacia di un contratto si manifesta solo tra le parti che lo hanno concluso e si estende anche nei confronti del successore a titolo universale di ciascun contraente e nei confronti deli aventi causa.

Annullabilità e nullità del contratto giuridico

Un contratto è annullabile quando è viziato da dolo, violenza o è stato concluso per errore essenziale e riconoscibile dall’altra parte con la normale diligenza. L’azione di annullamento si prescrive in cinque anni e può essere proposta solo dalla parte che vi abbia interesse.

Le cause di nullità di un contratto invece, sono un oggetto o una causa illecita, mancanza della forma se richiesta ad substantiam. La nullità può in questo caso essere fatta vale da chiunque vi abbia interesse e può addirittura essere rilevata d’ufficio dal giudice, non è soggetta a tempi di prescrizione.

La compravendita e la permuta

La permuta è quel contratto mediante il quale due persone si accordano sul reciproco trasferimento di cose o di altri diritti tra loro. Non è una vendita la permuta in quanto manca la prestazione di un corrispettivo in denaro.

La compravendita invece, è quel contratto di vendita che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di altro diritto verso il corrispettivo di in prezzo. Gli effetti della compravendita si producono dal momento in cui le parti raggiungono l’accordo secondo il principio consensualistico, si parla per l’appunto di contratto traslativo.

Possiamo dire che le caratteristiche strutturali di un contratto di compravendita rivelano una natura consensuale, ad effetti reali (perché produce il trasferimento della proprietà di una cosa in virtù del solo consenso, ad attribuzioni corrispettive, commutativa, non di durata ed a partecipazione liberale.

La compravendita di beni immobili

Nella compravendita di questi beni è sempre richiesta la forma scritta e, in difetto la vendita immobiliare è nulla.

La compravendita di beni immobili può avvenire a corpo o a misura: nelle vendita a corpo il prezzo del bene immobile è valutato indipendente dalla misura, mentre nella vendita a misura, il prezzo è il risultato della misura per il prezzo di ogni unità, quindi nel caso in cui la misura dovesse risultare inferiore a quella indicata nel contratto, al compratore spetta una riduzione dell’importo da pagare (lo stesso vale nel caso contrario e cioè se la misura risultasse maggiore).

Nella compravendita di beni immobili è richiesta la trascrizione dell’atto nei registri immobiliari, per la pubblicità del contratto.

La trascrizione

La trascrizione è uno strumento di pubblicità relativo ai beni immobili e mobili registrati con la quale viene data conoscenza delle vicende relative ai beni.

La sua funzione si colloca in una precisa esigenza di mercato che è quella della circolazione dei beni e della loro conoscibilità per cui si possa sapere in qualsiasi momento a chi appartiene un determinato bene.

Il contratto preliminare di compravendita di un bene immobile per esempio, va trascritto e che comunque risulti da atto pubblico o scrittura privata autenticata o accertata giudizialmente.

Gli effetti della trascrizione cessano se entro un anno dalla data convenuta per la stipula del definitivo, e comunque non oltre tre anni dalla trascrizione del preliminare stesso, non viene eseguita la trascrizione del contratto definitivo.

Naturalmente la trascrizione ha efficacia da quando si trascrive l’atto e in realtà non costituisce un obbligo per le parti stipulanti, bensì un onere, mentre per il notaio rappresenta un obbligo in quanto deve trascrivere entro trenta giorni dalla stipula, il contratto nei registri immobiliari.

La locazione e l’affitto: differenze con la compravendita

La locazione è quel contratto dove una parte si obbliga a far godere ad un’altra una cosa mobile o immobile, per un dato tempo e verso un corrispettivo determinato.

Se si loca un immobile per una durata superiore a nove anni il contratto di locazione dovrà necessariamente rispettare la forma scritta a pena di nullità.

In ogni caso la locazione sia di beni immobili che mobili non può eccedere i trent’anni di durata.

Il locatore stipulato il contratto dovrà garantire il pacifico godimento al conduttore del bene locato, consegnarlo in buono stato di manutenzione (cioè privo da vizi), mentre il conduttore ha l’obbligo di prendere la cosa locata e servirsene per l’uso stabilito osservando la diligenza del buon padre di famiglia, corrispondere il canone stabilito ed infine alla scadenza del contratto restituire la cosa, nello stato in cui l’ha ricevuta.

Se durante la durata della locazione, il conduttore apporta delle migliorie, non può chiedere l’indennizzo salvo vi sia stato il consenso del locatore.

Nel caso in cui invece la cosa locata necessita di riparazioni anche urgenti e queste non sono a carico del conduttore, quest’ultimo tuttavia, può anticiparne le spese e chiedere il rimborso al locatore, dandone comunque avviso.

Generalmente nelle locazioni immobiliari si prevede una durata non inferiore a 4 anni, rinnovabili per altri 4 anni (4 + 4), ma il locatore può dare disdetta sin dalla prima scadenza se ha necessità di destinare quel bene ad un suo personale o familiare, o di vendere la casa, per il non uso del conduttore, per ristrutturazione o ricostruzione dell’immobile e infine se il conduttore possiede un altro immobile disponibile nello stesso comune .

Bene nei casi appena descritti, il locatore può dare disdetta alla prima scadenza, inviando comunicazione scritta al conduttore con lettera raccomandata, almeno 6 mesi prima della scadenza del contratto, indicando le motivazioni anzidette.

Il contratto di locazione si risolve prima della scadenza quando il conduttore non versa il canone concordato liberamente decorsi venti giorni dalla scadenza o, quando utilizza l’immobile per uso diverso da quello pattuito.

Quando si redige un contratto di locazione immobiliare la forma richiesta è sempre quella scritta e successivamente è prevista anche la registrazione del contratto.

Il D.Lgs. 23 del 2011 attuativo del federalismo municipale ha introdotto la cedolare secca come un nuovo regime di tassazione dei redditi derivanti dalla locazione per uso abitativo. La cedolare secca è riservata alle persone fisiche titolari del diritto di proprietà dell’immobile che non agisce nell’esercizio di un’attività di impresa, arti e professioni.

Il vantaggio del locatore nella scelta della cedolare secca consiste nell’esclusione dell’imposta IRPEF, dell’imposta di registro e di bollo sul contratto di locazione. In conseguenza anche il conduttore non è più tenuto al versamento dell’imposta di registro sul contratto di locazione concluso.

L’affitto invece è quel contratto che ha per oggetto il godimento di cose produttive mobili e immobili e si distingue dalla locazione perché i beni non producono né frutti civili né naturali: ciò che invece può avvenire in un contratto di affitto di azienda.

Doveri e diritti dell’affittuario

L’affittuario non può subaffittare la cosa senza il consenso del locatore e non deve mutare la destinazione economica della cosa ricevuta in affitto, inoltre, sopporta le spese ordinarie riguardanti la cosa oggetto di affitto.

I diritti dell’affittuario consistono nel godere dei frutti naturali e civili prodotti dalla cosa, nell’adottare le iniziative atte a produrre un aumento di reddito delle cose purché conformi all’interesse della produzione e che non arrechino pregiudizio al locatore.

Il contratto di affitto si scioglie per interdizione, inabilitazione dell’affittuario, insolvenza dell’affittuario, per il mancato impiego da parte dell’affittuario dei mezzi necessari per il mantenimento della cosa.

E’ possibile sublocare un’immobile?

Non è possibile sublocare un immobile dato precedente in locazione senza il consenso del locatore: è comunque possibile che il conduttore possa sublocare parzialmente però l’immobile, per esempio un vano per la durata di 8 mesi tuttavia, dovrà notificare al locatore con lettera A/R, il nominativo, la durata del subcontratto e i vani locati del subconduttore.

Consulenza giuridica nel pubblico impiego

prelazione nella vendita di terreni agricoli consulenza giuridica

Sei un dipendente pubblico e stai cercando risposte ai tuoi quesiti giuridici sul posto di lavoro?
Leggi tra le varie consulenze richieste se c’è la risposta ai tuoi problemi, se non la trovi richiedi una consulenza e i tuoi dubbi troveranno una risposta.

Sono un dirigente presso un Comune da meno di 3 anni ed ho vinto una selezione di mobilità presso un altro Comune, ma il Comune di appartenenza non rilascia il nullaosta. Personalmente ho provveduto a comunicare il preavviso di 4 mesi ai sensi dell’art.16 del CCNL dell’Area della Dirigenza del Comparto Regioni – Enti Locali

La domanda è:
è possibile rinunciare al preavviso e stabilire una data di trasferimento, in accordo con il Comune ricevente, anteriore alla data di scadenza dei 4 mesi?

Attendo vostre comunicazioni circa il costo della consulenza e saluto cordialmente.

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Considerato che l’art. 16 citato prevede che nel caso in cui il dirigente presenti domanda di trasferimento ad altra amministrazione del Comparto che vi abbia dato assenso, il nullaosta dell’amministrazione di appartenenza è sostituito dal preavviso di 4 mesi.

Che in ogni caso le norme generali sulla Mobilità, così come modificate, stabilisce che resta obbligatorio l’assenso dell’amministrazione cedente
in tre casi:
– posizioni motivatamente infungibili;
– personale assunto da meno di tre anni;
– quando il soggetto che richiede la mobilità abbia una “qualifica” per la quale nell’ente di appartenenza via sia “una carenza di organico superiore al 20 per cento”.

Ritornando all’articolo 16 del Ccnl 23.12.1999 è ancora dibattuto se la norma contrattuale, dopo la riscrittura dell’articolo 30 del d.gs 165/2001 a seguito del d.l. 90/2014, convertito in legge 114/2014, è tutt’ora applicabile, posto che ai sensi del comma 2.2 di detto articolo “Sono nulli gli accordi, gli atti o le clausole dei contratti collettivi in contrasto con le disposizioni di cui ai commi 1 e 2”.

D’altronde l’Aran ha affermato genericamente che questa disciplina contrattuale non sembra essere ulteriormente applicabile alla luce della
nuova formulazione dell’art. 30 del d.lgs. n. 165/2001, come modificato dall’art. 4 del d.l. n. 90/2014, convertito, con modificazioni,
dalla legge 11 agosto 2014, n. 114” – lasciando nelle mani dell’Amministrazione il potere discrezionale di decidere cosa fare nella gestione delle risorse umane, anche in tema di mobilità del personale dirigenziale.

In pratica l’articolo 16 continua ad applicarsi non essendo contrario e in violazione dell’obbligo delle amministrazioni di esprimere il nulla
osta e che quest’ultimo possa essere reso nella forma del preavviso.

I 4 mesi di preavviso sono praticamente funzionali alle operazioni di revisione organizzativa.

Tuttavia si evidenzia che l’intera disciplina della dirigenza pubblica è orientata alla massima flessibilizzazione del rapporto di lavoro, ma nella pratica la riforma sulla dirigenza non è ancora andata a buon fine, e in fin dei conti le Pubbliche Amministrazioni conservano ancora un gran potere discrezionale sull’istituto della mobilità.

In conclusione, alla domanda: <<è possibile rinunciare al preavviso e stabilire una data di trasferimento, in accordo con il Comune ricevente, anteriore alla data di scadenza dei 4 mesi?>> – la risposta è: No, piuttosto è più probabile accordarsi con il datore di lavoro circa
la riduzione della tempistica del preavviso prevista ex lege (4 mesi) e, in seguito con il Comune ricevente.

Cordialmente.

Lo staff legale di MobilitanelPubblicoimpiego.it

Documento di identità e firma digitale: validità della firma anche senza documento

Buon giorno, mi trovo in questa situazione: cioè ho la firma digitale ma mi chiedono di allegare il documento di identità per validare il mio documento. Pertanto chiedo se la firma digitale delle dichiarazioni sostitutive ex d.p.r. 445/2000 necessita o NO dell’allegazione documento di identità.

Gentile utente a proposito segnaliamo la sentenza del TAR Lazio, sezione III-ter, 3 marzo 2021, n. 2757, nella parte in cui rammenta che: “l’apposizione della firma digitale alle dichiarazioni rese ai sensi della normativa citata è stata ritenuta dalla giurisprudenza idonea a soddisfare i requisiti di cui al comma 3 dell’art. 38 del DPR 445 del 2000 (a tenore del quale ‘Le istanze e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre agli organi della amministrazione pubblica o ai gestori o esercenti di pubblici servizi sono sottoscritte dall’interessato in presenza del dipendente addetto ovvero sottoscritte e presentate unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento di identità del sottoscrittore’) anche in assenza dell’allegazione in atti di copia del documento di identità del dichiarante, in ragione del particolare grado di sicurezza e di certezza nell’imputabilità soggettiva che la caratterizza (da ultimo, TAR Lazio, sez. IIII, 8 febbraio 2021 n. 1595, che sul punto richiama Consiglio di Stato, sentenza n. 4676/2013)”.

Diritto di prelazione nella vendita di un terreno agricolo: consulenza giuridica

prelazione nella vendita di terreni agricoli consulenza giuridica

Gentile staff chiedo una consulenza giuridica per la seguente motivazione: devo vendere un terreno di agricolo di mio padre, ho già trovato l’acquirente per concludere la vendita, ma non so se devo fare qualcosa circa il diritto di prelazione dei terreni confinanti.
Come devo comportarmi con i confinanti?

La prelazione agraria è sempre stata fonte di liti e controversie, pertanto la giurisprudenza ha avuto modo di pronunciarsi varie volte sull’argomento, fornendo una soluzione a molte questioni dubbie. La prelazione deve normalmente essere esercitata per l’intero fondo offerto in vendita. Se però una parte del terreno ha una diversa destinazione urbanistica (per esempio è edificabile), si ritiene che l’avente diritto possa limitarsi a esercitare la prelazione sulla parte che mantiene la destinazione agricola.

La prelazione è diritto ad essere preferito rispetto a chiunque altro, a parità di condizioni, nella conclusione di un determinato contratto. La prelazione può essere volontaria (se costituita per accordo fra le parti), oppure legale (se prevista dalla legge).

Tra le prelazioni legali vi è quella agraria  che consiste nel diritto di essere preferiti ad altri per l’acquisto di un terreno agricolo, quando il proprietario decide di venderlo.

Negli ultimi anni la Corte di Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi sull’argomento, e richiamandosi alla lettera della legge ha espressamente affermato che il confinante non ha diritto di prelazione quando il terreno è affittato a un coltivatore diretto, indipendentemente dal fatto che siano trascorsi i due anni necessari perché questo acquisti a sua volta il diritto di prelazione (Cass. 10626/1998).

Questo orientamento ha trovato conferma anche recentemente (Cass. 10227/2001). La Suprema Corte ha comunque chiarito che, pur non essendo richiesto il termine biennale, perché venga meno la prelazione del confinante è necessario che l’affitto non abbia un carattere di precarietà, tale da far presumere che sia stato predisposto al solo fine di eludere le norme sulla prelazione.

Non è sufficiente, quindi, un contratto di affitto frettolosamente stipulato nell’imminenza della vendita, né tantomeno può assumere rilevanza un insediamento di fatto nella coltivazione del fondo, cioè in assenza di regolare contratto di affitto.

Inoltre, resta fermo il diritto di prelazione del confinante quando l’affittuario, già prima della vendita, ha rinunciato a proseguire nell’affitto, anche se il rilascio del fondo avviene in una data successiva.

Non sarà facile, insomma, approfittare dell’orientamento della giurisprudenza per eludere la prelazione del confinante. Tuttavia, la mancanza di un rigido termine biennale renderà possibile, in alcuni casi, accelerare la vendita del fondo senza esporsi alla prelazione, specialmente quando l’acquirente è lo stesso affittuario.

Quindi il diritto di prelazione è espressamente escluso dalla legge quando il terreno si trova in zona edificabile e anche quando il terreno agricolo è oggetto di permuta, vendita forzata, liquidazione coatta, fallimento ed espropriazione per pubblica utilità, oltre che, naturalmente, in caso di donazione. Questo perché il diritto di prelazione è riconosciuto solo a parità di condizioni e mentre nella compravendita il corrispettivo è dato dal denaro, che è un bene fungibile e che può essere pagato da tutti, nelle altre ipotesi o la controprestazione o è infungibile (come nella permuta) o manca del tutto (come nella donazione).

La legge attribuisce espressamente al proprietario del fondo (e non al notaio!) il compito di informare l’eventuale acquirente della esistenza di un diritto di prelazione, e di effettuare al coltivatore preferito le previste notifiche.

E’ possibile autorizzazione lo svolgimento di incarico di un docente in aspettativa per “anno sabbatico”?

L’anno sabbatico è un periodo non retribuito di assenza, al termine del quale il richiedente conserva il diritto a riprendere il posto di lavoro. Il congedo può essere attivato solo a seguito di richiesta scritta e motivata del lavoratore. Diversamente, potrebbe essere una forma di flessibilità per risparmiare un anno di retribuzione, con un’assenza forzata del lavoratore. Il lavoratore non può svolgere alcun’altra attività retribuita durante tale periodo, e contestualmente richiedere un anticipo del TFR per sostenere le spese per la formazione o le altre cause per le quali si è richiesto il congedo.

Il datore di lavoro può chiedere la documentazione relativa alla motivazione addotta, sia al momento della presentazione della richiesta, che successivamente. Il datore di lavoro, nel limite del monte ore stabilito dai contratti Collettivi Nazionali, può organizzare dei congedi per la formazione continua, che sono individuati come suo diritto opzionale, e dunque presuppongono la volontarietà.

L’anno sabbatico è fruibile una sola volta nella vita lavorativa, e dopo almeno cinque anni di anzianità di servizio.

Cambiando azienda, si ripresenta l’opportunità per il lavoratore di godere di un periodo sabbatico. Alcune università, o altre istituzioni che impiegano scienziati, medici o accademici, offrono un anno sabbatico retribuito come un anno benefit.

Fatte queste premesse, tornando al nostro quesito circa la valutazione della compatibilità dell’incarico di di un docente in aspettativa per “anno sabbatico” con il rapporto di lavoro in essere, anche per i profili relativi alla verifica circa l’eventuale ricorrenza di potenziali situazioni di conflitto d’interesse, è di competenza dell’ Istituto scolastico che, essendo a conoscenza di tutte le circostanze del caso concreto, potrà effettivamente stabilire se l’incarico sia o meno compatibile.


Ciò posto, per quanto riguarda gli aspetti di competenza, si ritiene che, una volta esperite positivamente le valutazioni di cui sopra, non vi siano motivi per escludere l’applicazione della disciplina in materia di autorizzazione allo svolgimento di incarichi, contenuta nell’articolo 53 del decreto legislativo n. 165 del 20011, ai casi di aspettativa riconducibili alla previsione di cui all’articolo 26, comma 14, della legge n. 448 del 1998.

E’ possibile cumulare nella medesima giornata il congedo parentale ad ore ed i riposi giornalieri spettanti alla lavoratrice madre o al lavoratore padre nel primo anno di vita del bambino?

articolo 32 dipendenti pubblici

Fonti: articoli 39 e 40 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151.

In caso di mancata regolamentazione, da parte della contrattazione collettiva, anche di livello aziendale, delle modalità di fruizione del congedo parentale su base oraria, ciascun genitore può scegliere tra la fruizione giornaliera e quella oraria.

La fruizione su base oraria è consentita in misura pari alla metà dell’orario medio giornaliero del periodo di paga quadrisettimanale o mensile immediatamente precedente a quello nel corso del quale ha inizio il congedo parentale.

Nei casi di cui al presente comma è esclusa la cumulabilità della fruizione oraria del congedo parentale con permessi o riposi di cui al presente decreto legislativo.

Queste disposizioni non si applicano al personale del comparto sicurezza e difesa e a quello dei vigili del fuoco e soccorso pubblico.

Alla luce delle modifiche normative susseguitesi, i contratti collettivi nazionali, cui erano peraltro demandate le modalità di applicazione del congedo su base oraria, confermano la possibilità di accesso a tale forma di flessibilità del congedo parentale lasciando invariate le modalità di applicazione, purché conformi a quanto previsto dalle fonti legali. Sul punto la stessa A.R.A.N. è intervenuta, in particolare, con l’orientamento applicativo del 15 giugno 2018 n. CFC21, confermando che – sebbene le amministrazioni possano individuare alcuni spazi di flessibilità applicativa – il limite alla fruizione è posto al fine di tutelare un interesse organizzativo delle stesse.

Il Dipartimento della Funzione Pubblica condivide questo orientamento, e ribadisce l’incompatibilità della fruizione del congedo parentale ad ore con la fruizione di altri permessi o riposi disciplinati dal T.U. sulla maternità e paternità, risultando viceversa compatibile con permessi o riposi disciplinati da disposizioni normative diverse dal T.U., come nel caso dei permessi ex art. 33, commi 2 e 3, della legge n. 104 del 1992, quando vengono fruiti in modalità oraria.

Quando il bando di concorso per l’accesso alla categoria D richiede, quale titolo di studio per la partecipazione, il diploma di laurea in determinati indirizzi (in modo generico e senza specificazioni, indicando ad esempio: “Laurea in Giurisprudenza, Economia e commercio, Scienze politiche”) devono ritenersi ammessi i candidati in possesso della laurea triennale?

Ricevuto il quesito o consulenza giuridica sopra menzionato si procede alla stesura del consulto giuridico richiesto.

Quando un cittadino vuole partecipare ad un concorso pubblico, la prima cosa che fa consiste nel verificare quale requisiti il bando di concorso richiede.

Per chiarire la situazione del nostro cliente in via generale si afferma che, quando il bando di concorso per l’accesso alla categoria D richiede, quale titolo di studio per la partecipazione, il diploma di laurea in determinati indirizzi (in modo generico e senza specificazioni, indicando ad esempio: “Laurea in Giurisprudenza, Economia e commercio, Scienze politiche”) devono ritenersi ammessi i candidati in possesso della laurea triennale.

Ciò vale sia quando ci si esprima con la locuzione “diploma di laurea” che con quella di “laurea”.

Diversamente, l’amministrazione è tenuta a precisare la necessità della laurea specialistica o magistrale.

In via eccezionale, si può giungere a ritenere necessaria la laurea quinquennale (non adeguatamente precisata) qualora emergesse da altri elementi univoci, quali ad esempio la specifica denominazione della laurea richiesta oppure la particolare caratterizzazione delle mansioni da svolgere ovvero l’obbligo di iscrizione ad un albo professionale e simili.

A livello interpretativo, quindi, va applicato il principio letterale rispetto alle definizioni del bando.

Quanto sopra, del resto, è coerente con l’attuale ordinamento didattico universitario che qualifica “laurea” quella conseguita al termine del percorso di studi triennale (secondo il modello 3+2).

Lo staff giuridico di Mobilitanelpubblicoimpiego.it (TAR Campania, sezione V, 16 febbraio 2021, n. 1498, pubblicata il 4 marzo 2021)

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    Scelta della sede di lavoro e legge 104

    legge 104 nella pubblica amministrazione

    E’ legittima la scelta di un’amministrazione che, in sede di assunzione dei vincitori di un pubblico concorso, ha dato applicazione all’art. 33, comma 5, della legge 104/1992, consentendo, in via prioritaria, al soggetto impegnato nella cura di un famigliare disabile di poter optare per la sede più consona alle proprie esigenze.

    Ciò è corretto anche qualora in deroga alla previsione del bando che attribuiva il diritto di scelta, tra più sedi, ai vincitori e secondo l’ordine di merito espresso dalla graduatoria.

    In sostanza, il datore di lavoro pubblico, di fronte all’interesse legittimo del lavoratore con famigliari disabili da accudire, ha adeguatamente contemperato le esigenze pubbliche con quelle private, nel momento in cui ha riscontrato che nessun pregiudizio veniva arrecato alle esigenze organizzative, che la tutela del menzionato art. 33 è prevista sia in sede di reclutamento che di trasferimento e che la stessa è posta a garanzia di diritti di rango costituzionale (funzione solidaristica ed espressione dei principi di eguaglianza sostanziale e di solidarietà sociale di cui agli artt. 3, comma 2 e 2 della Costituzione).

    L’amministrazione ha, inoltre e correttamente, considerato che detta istanza non avrebbe potuto trovare accoglimento in un momento successivo, una volta colmate le carenze di organico con l’assegnazione dei vincitori del concorso, considerata l’unicità del posto nella sede prescelta. 

    Rapporto di lavoro – mobilità intercompartimentale – trattamento giuridico ed economico

    Il trattamento giuridico ed economico del dipendente di un ente locale trasferito per mobilità, ex art. 30 del d.lgs. 165/2001, all’Agenzia delle Dogane e Monopoli deve essere effettuato “sulla base dell’inquadramento presso l’ente di provenienza, nell’ambito della disciplina legale e contrattuale propria del comparto dell’amministrazione cessionaria ed a tal fine occorre tener conto anche delle posizioni economiche differenziate, attraverso le quali di realizza, sia pure all’interno dell’area, una progressione di carriera”.

    Il principio è, ancora una volta, sancito dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, nell’ordinanza 28 ottobre 2020, n. 3823, pubblicata il 15 febbraio 2021, seguita da numerose altre pubblicate in data 17 febbraio 2021.

    Consulenza per accesso ai dati durante i concorsi pubblici

    Buon giorno, chiedo cortesemente se nei concorsi pubblici la valutazione dei titoli va effettuata prima o dopo le prove scritte?

    Risposta staff mobilitanelpubblicoimpiego.it

    Nei concorsi per titoli ed esami, la valutazione dei titoli deve essere effettuata dopo le prove scritte e prima che si proceda alla correzione dei relativi elaborati e la conseguente comunicazione deve essere inviata ai candidati prima dell’effettuazione della prova orale.

    Trattandosi di adempimenti procedimentali finalizzati alla tutela di inderogabili esigenze di trasparenza ed imparzialità la loro mancata osservanza non può perdere la valenza invalidante per effetto della predeterminazione ex ante dei criteri di valutazione dei titoli stessi.

    Quando si utilizza per la redazione degli elaborati, di carta portante il timbro dell’ufficio e la firma di un (almeno) componente della commissione esaminatrice lo si fa per disposizione posta a tutela dell’anonimato sicché appare illegittima la fornitura estemporanea di modulistica prestampata priva dei descritti suggelli a conferma della identità e carenza di potenziali segni di riconoscimento ed a nulla rileva il fatto che la stessa sia stata fornita a tutti i candidati, che la maggior parte vi abbia fatto ricorso e che il suo utilizzo fosse indicato come facoltativo.

    Anzi, è onere del candidato, pena la nullità del proprio elaborato, far presente alla commissione l’aver ricevuto fogli non debitamente timbrati e firmati.

    A supporto della nostra risposta sovviene il Consiglio di Stato, con la sentenza 17 novembre 2020, n. 86.

    Se hai altre domande richiedi una consulenza

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