Chiarimenti in tema di ravvedimento c.d. “operoso” ex articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 in presenza di violazioni derivanti da condotte “fraudolente”

Con la presente circolare, si forniscono chiarimenti in merito alla possibilità, per i contribuenti interessati, di procedere al cosiddetto “ravvedimento operoso”, in presenza di violazioni derivanti da condotte connotate da “frode”. In particolare, i predetti chiarimenti, forniti anche allo scopo di tenere conto delle richieste pervenute dalle strutture operative dell’Agenzia delle entrate, nonché da operatori e contribuenti, sono finalizzati a rendere coerenti le diverse disposizioni intervenute, negli ultimi anni, che hanno interessato, da un lato l’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie), dall’altro le norme contenute nel decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto).

Ravvedimento operoso e indicazioni contenute nella circolare n. 180/E del 1998


Nel fornire indicazioni in merito al decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, la circolare n. 180/E del 10 luglio 1998 precisava che le « finalità del [nuovo] ravvedimento sono quelle di permettere all’autore (o agli autori) ed ai soggetti solidamente obbligati di rimediare spontaneamente […] alle omissioni e alle irregolarità commesse, beneficiando così di una consistente riduzione delle sanzioni amministrative previste o, addirittura, in taluni casi, della non applicazione delle sanzioni stesse, con possibili riflessi positivi anche agli effetti penali. La norma ha mantenuto il principio secondo cui il ravvedimento non è consentito una volta che siano iniziati controlli fiscali nei confronti del contribuente. […]
Tuttavia, dal tenore letterale della disposizione contenuta nel comma 1, lettera b), dell’art.13 è individuabile una implicita ma chiara limitazione all’esercizio della facoltà di cui trattasi. Si ritiene, infatti, che l’espresso riferimento di tale norma alla “regolarizzazione degli errori e delle omissioni” si traduca inevitabilmente in una reclusione, circa la possibilità di ravvedimento, nei confronti di quei comportamenti antigiuridici che non abbiano origine da un errore o da un’omissione.

Tipico è il caso delle fatture per operazioni inesistenti, che assume rilevanza sia nel campo dell’Iva che in quello delle imposte sui redditi. Com’è noto, il problema dell’applicabilità del ravvedimento anche alla suddetta ipotesi era stato risolto, sotto il previgente regime, in senso favorevole dalla Suprema Corte di Cassazione (cfr. sentenza 24 luglio 1995, n. 2215) senza, però, che al riguardo fosse possibile intravedere un principio giurisprudenziale consolidato.

Evoluzione normativa del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74

L’articolo 11 del decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 158 (c.d. “Riforma del sistema sanzionatorio tributario”), sostituendo integralmente l’articolo 13 del d.lgs. n. 74 del 2000, ha introdotto nel sistema penale tributario, con decorrenza dal 22 ottobre 2015, talune cause di non punibilità per alcune fattispecie di reato.
In particolare, il novellato comma 1 del citato articolo 13 dispone che per i reati individuati negli articoli 10-bis (omesso versamento di ritenute dovute o certificate), 10-ter (omesso versamento di IVA) e 10-quater, comma 1 (indebita compensazione di crediti non spettanti), del d.lgs. n. 74 del 2000, è esclusa la punibilità se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, compresi interessi e sanzioni, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché del ravvedimento operoso.

L’articolo 13, comma 2, del d.lgs. n. 74, come modificato dall’articolo 39, comma 1, lettera q-bis), del decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 2019, n. 157, dispone poi – per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o documenti per operazioni inesistenti ovvero mediante altri artifici, nonché di dichiarazione infedele ed omessa (articoli 2, 3, 4 e 5 del medesimo d.lgs. n. 74) – l’esclusione della punibilità «se i debiti tributari, comprese sanzioni e interessi, sono stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, a seguito del ravvedimento operoso o della presentazione della dichiarazione omessa entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo».


Tale esimente opera – a decorrere dal 24 dicembre 2019 per le fattispecie di cui agli articoli 2 e 3 del d.lgs. n. 74 (cfr. l’articolo 39, comma 3, del decreto legge n. 124 del 2019) – «sempreché il ravvedimento o la presentazione siano intervenuti prima che l’autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali» (così sempre l’articolo 13, comma 2, del d.lgs. n. 74 del 2000).
Sempre con decorrenza dal 22 ottobre 2015, l’articolo 12, comma 1, del d.lgs. n. 158 del 2015, ha introdotto nel d.lgs. n. 74 del 2000 l’articolo 13-bis, rubricato “Circostanze del reato”, il cui comma 1 prevede che, al di fuori dei casi di non punibilità dei reati tributari, il pagamento integrale dei debiti tributari – ivi compresi gli interessi e le sanzioni amministrative, anche a seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento, previste dalle norme tributarie – comporta la diminuzione fino alla metà delle pene previste per i delitti di cui al d.lgs. n. 74 del 2000, alla quale si aggiunge la non applicazione delle pene accessorie indicate nell’articolo 12, a condizione che lo stesso pagamento avvenga prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.


Il successivo comma 2 dell’articolo 13-bis subordina la richiesta di patteggiamento (articolo 444 c.p.p.) al ricorrere delle circostanze indicate nel comma 1, ovvero in caso di pagamento integrale degli importi dovuti per estinguere i debiti tributari, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, nonché al ricorrere del ravvedimento operoso, fatte salve le ipotesi di cui all’articolo 13, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 74 del 2000

Volendo sintetizzare quanto appena ricordato, deve dirsi che, ad oggi, dopo la riforma intervenuta con il d.lgs. n. 158 del 2015, l’estinzione del debito tributario mediante pagamento del quantum dovuto, a seconda del tipo di reato tributario commesso, può consentire l’esclusione della punibilità (articolo 13 del d.lgs. n. 74 del 2000), oppure l’applicazione di una circostanza attenuante (articolo 13-bis, comma 1, del medesimo d.lgs. n. 74). Inoltre, sulla base dei citati articoli 13 e 13-bis del d.lgs. n. 74 del 2000, lo specifico riferimento al ravvedimento c.d. “operoso” di cui all’articolo 13 del d.lgs. n. 472 del 1997:

  • costituisce una causa di esclusione della punibilità per i reati di cui agli articoli 2, 3, 4, 5, sempreché sia intervenuto prima che l’autore del reato abbia avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali, e per i reati di cui agli articoli 10-bis, 10-ter e 10-quater, comma 1), se sia intervenuto prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado;
  • rappresenta uno dei presupposti (insieme agli altri istituti di definizione previsti dalle norme tributarie) ai fini della richiesta di patteggiamento. L’esclusione della punibilità disposta per il reato di cui all’articolo 5, dal citato articolo 13, comma 2, ricorre anche nell’ipotesi di presentazione della dichiarazione omessa entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo, al verificarsi delle condizioni ivi contemplate.
    A tale riguardo occorre tuttavia rilevare che, nel caso in cui la dichiarazione sia omessa, perché presentata oltre il termine di 90 giorni di cui all’articolo 2, comma 7, del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, le sanzioni ad essa relative non possono essere oggetto di spontanea regolarizzazione mediante ravvedimento operoso e, pertanto, sono da versare in misura piena.

Parziale superamento dei chiarimenti contenuti nella circolare n. 180/E del 1998

L’evoluzione normativa succintamente tratteggiata nei punti precedenti e, in particolare, l’inserimento, al comma 2 dell’articolo 13 del d.lgs. n. 74 del 2000, del riferimento esplicito agli articoli 2 e 3 del medesimo decreto ha, in estrema sintesi, disciplinato, nelle ipotesi di estinzione del debito tributario, l’estensione delle cause di non punibilità anche ai reati di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici. Tale previsione conferma la volontà del legislatore di incentivare progressivamente il ricorso al ravvedimento operoso ai fini degli effetti penali, senza alcuna distinzione circa la tipologia di reato tributario contestato.


Il predetto comma 2 dell’articolo 13 del d.lgs. n. 74 del 2000, nonché il comma 2 del successivo articolo 13-bis, nella versione attualmente vigente, legittimano, quindi, l’accesso all’istituto del ravvedimento operoso anche per le condotte dichiarative fraudolente, regolandone le conseguenze penali e precisando le condizioni alle quali tali effetti si realizzano. Disciplinando gli effetti penali prodotti dal ravvedimento – mediante integrale pagamento degli importi dovuti – prima e dopo l’avvio di qualunque attività istruttoria, la norma ammette di fatto la legittimità del ravvedimento stesso anche sotto il profilo sanzionatorio amministrativo. Ciò fermo restando che la legittimità del ravvedimento in ambito amministrativo non soggiace ai limiti posti dalla normativa sanzionatoria penale. Si pensi, a titolo di esempio, a quanto previsto dall’articolo 13, comma 2, del d.lgs. n. 74 del 2000 (i.e. la «formale conoscenza di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di qualunque attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali»), che spiega i suoi effetti solo ai fini penali e non anche ai fini del perfezionamento del ravvedimento ai sensi dell’articolo 13 del d.lgs. n. 472 del 1997.
Alla luce delle intervenute modifiche legislative, deve dunque ritenersi superata la preclusione al ravvedimento in presenza di condotte fraudolente come espressa con la circolare n. 180/E del 1998, riconoscendo al contribuente la possibilità di accedere allo strumento del ravvedimento operoso per regolarizzare anche le violazioni fiscali connesse a condotte fraudolente.
In linea con le indicazioni in precedenza rese risultano anche i chiarimenti recentemente forniti nella circolare n. 31/E del 23 dicembre 2020 in tema di crediti di imposta ricerca e sviluppo e di ravvedimento nel caso di utilizzo in compensazione di crediti inesistenti, violazione cui si applica la sanzione di cui
all’articolo 13, comma 5, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471. Nel documento di prassi, in particolare, si è precisato che «Fermo restando che per tale sanzione non è applicabile la definizione agevolata prevista dagli articoli 16, comma 3, e 17, comma 2, del decreto legislativo n. 472 del 1997, si rammenta che:

  • il contribuente può beneficiare della riduzione delle sanzioni prevista dall’articolo 13 del decreto legislativo n. 472 del 1997 (cd. ravvedimento), anche
    successivamente alla constatazione della violazione, ma comunque prima che sia stato notificato l’atto di recupero».
    Resta fermo che la possibilità di ricorrere al ravvedimento operoso per regolarizzare violazioni fiscali anche connesse a condotte fraudolente:
  • a) incontra i limiti propri di tale istituto, come individuati negli articoli 13 e 13-bis del d.lgs. n. 472 del 1997 e cioè il rispetto delle regole amministrative
    previste, a prescindere dalle valutazioni che competono al giudice in sede penale;

b) deve comunque tener conto delle situazioni concretamente in essere e dei relativi riflessi sul quantum della sanzione base. Così, ad esempio, a fronte di un processo verbale dell’autorità competente che constati violazioni legate a condotte fraudolente, sarà possibile il ravvedimento ex articolo 13, comma 1, lettera b-quater), del d.lgs. n. 472. Questo, tuttavia, quale regolarizzazione che avviene dopo la constatazione della violazione, dovrà prendere a riferimento la sanzione determinata applicando a quella per infedele dichiarazione la maggiorazione del cinquanta per cento prevista quando la violazione è realizzata mediante l’utilizzo di fatture o altra documentazione falsa o per operazioni inesistenti, mediante artifici o raggiri, condotte simulatorie o fraudolente (cfr. articoli 1, comma 3 e 5 comma 4-bis del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471);
c) non pregiudica in alcun modo le valutazioni sull’efficacia e gli effetti del ravvedimento amministrativo o su quelli dell’estinzione totale o parziale del debito in ambito penale demandate all’Autorità giudiziaria, rimanendo peraltro fermo l’obbligo per gli Uffici di procedere, al ricorrere dei requisiti legislativamente fissati, alla denuncia della notitia criminis ex articolo 331 c.p.p..

Assegno unico e universale per i figli a carico

pensione di inabilità

CHE COS’È

L’assegno unico e universale per i figli a carico è un sostegno economico alle famiglie attribuito per ogni figlio a carico fino al compimento dei 21 anni (al ricorrere di determinate condizioni) e senza limiti di età per i figli disabili. L’importo spettante varia in base alla condizione economica del nucleo familiare sulla base di ISEE valido al momento della domanda tenuto conto dell’età e del numero dei figli nonché di eventuali situazioni di disabilità dei figli.

L’assegno è definito:

  • unico, poiché è finalizzato alla semplificazione e al potenziamento degli interventi diretti a sostenere la genitorialità e la natalità;
  • universale, in quanto viene garantito in misura minima a tutte le famiglie con figli a carico, anche in assenza di ISEE o con ISEE superiore alla soglia di euro 40.000.

CHI PUÓ PRESENTARE DOMANDA

La domanda di assegno unico e universale per i figli a carico può essere presentata a decorrere dal 1° gennaio da uno dei due genitori esercenti la responsabilità genitoriale, a prescindere dalla convivenza con il figlio, direttamente attraverso il sito Inps, ovvero chiamando il contact center o tramite patronati. La domanda può essere presentata anche mediante tutore del figlio ovvero del genitore, nell’interesse esclusivo del tutelato.

Al compimento della maggiore età, i figli possono presentare la domanda in sostituzione di quella eventualmente già presen

tata dai genitori e chiedere la corresponsione diretta della quota di assegno loro spettante.

A CHI È RIVOLTO

L’assegno unico e universale spetta ai nuclei familiari:

  • per ogni figlio minorenne a carico e, per i nuovi nati, con decorrenza dal settimo mese di gravidanza;
  • per ciascun figlio maggiorenne a carico, fino al compimento dei 21 anni, che si trovi in una delle seguenti condizioni:
    1. frequenti un corso di formazione scolastica o professionale o un corso di laurea;
    2. svolga un tirocinio o un’attività lavorativa e possieda un reddito complessivo inferiore a 8.000 euro annui;
    3. sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego;
    4. svolga il servizio civile universale;
  • per ogni figlio con disabilità a carico, senza limiti di età.

REQUISITI

L’assegno unico e universale per i figli a carico riguarda tutte le categorie di lavoratori dipendenti (sia pubblici che privati), lavoratori autonomi, pensionati, disoccupati, inoccupati ecc.

La misura è riconosciuta a condizione che al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio, il richiedente sia in possesso congiuntamente dei seguenti requisiti di cittadinanza, residenza e soggiorno:

  • sia cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione europea o suo familiare, titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, oppure sia cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione europea in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, oppure sia titolare di permesso unico di lavoro autorizzato a svolgere un’attività lavorativa per un periodo superiore a sei mesi o titolare di permesso di soggiorno per motivi di ricerca autorizzato a soggiornare in Italia per un periodo superiore a sei mesi;
  • sia soggetto al pagamento dell’imposta sul reddito in Italia;
  • sia residente e domiciliato in Italia;
  • sia o sia stato residente in Italia da almeno due anni, anche non continuativi, ovvero sia titolare di un contratto di lavoro a tempo indeterminato o a tempo determinato di durata almeno semestrale.

COSA DEVO FARE PRIMA DI PRESENTARE DOMANDA

L’importo dell’assegno unico e universale per i figli a carico è determinato sulla base della condizione economica del nucleo familiare, verificata attraverso l’ISEE in corso di validità.

Devo essere quindi in possesso di Isee .

L’assegno unico può essere richiesto anche in assenza di ISEE ovvero con ISEE superiore alla soglia di euro 40.000. In tal caso, saranno corrisposti gli importi minimi dell’assegno previsti dalla normativa.

COME FARE L’ISEE

Per ottenere l’ISEE, è possibile recarsi presso uno degli intermediari abilitati a prestare l’assistenza fiscale (CAF), ovvero on line sul sito internet dell’INPS mediante credenziali SPID, carta di identità elettronica o carta nazionale dei servizi, scegliendo l’ISEE in modalità ordinaria o precompilata. In quest’ultimo caso, l’ISEE è reso normalmente disponibile entro poche ore dalla richiesta.

COME PRESENTERO’ LA DOMANDA

La domanda per l’assegno unico e universale è annuale e comprende le mensilità che vanno da marzo a febbraio dell’anno successivo. Può essere presentata a partire dal 1° gennaio 2022.

Per le domande presentate a gennaio e febbraio, l’assegno sarà corrisposto a partire dal mese di marzo; i relativi pagamenti saranno effettuati dal 15 al 21 marzo 2022.

Per le domande che saranno presentate nel periodo che va dal 1° gennaio al 30 giugno, l’assegno unico e universale spetta con tutti gli arretrati a partire dal mese di marzo 2022.Per le domande presentate dopo il 30 giugno, l’assegno decorre dal mese successivo a quello di presentazione ed è determinato sulla base dell’ISEE valido al momento della domanda.

Da gennaio 2022 sul sito dell’INPS sarà disponibile il link alla domanda.

La domanda può essere sempre presentata:

  • accedendo dal sito web www.inps.it al servizio “assegno unico e universale per i figli a carico” con SPID almeno di livello 2, Carta di identità elettronica 3.0 (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
  • contattando il numero verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o il numero 06 164.164 (da rete mobile, con la tariffa applicata dal gestore telefonico);
  • tramite enti di patronato, attraverso i servizi telematici offerti gratuitamente dagli stessi.

SE SONO PERCETTORE DI REDDITO DI CITTADINANZA?

Ai nuclei familiari percettori del Reddito di cittadinanza l’assegno unico e universale è corrisposto d’ufficio dall’INPS, senza necessità di presentare apposita domanda.

IMPORTO DELL’ASSEGNO UNICO E UNIVERSALE PER I FIGLI A CARICO

L’importo dell’assegno unico e universale è determinato in base all’ISEE eventualmente presentato del nucleo familiare del figlio beneficiario, tenuto conto dell’età dei figli a carico e di numerosi altri elementi.

in particolare è prevista:

  • una quota variabile modulata in modo progressivo (si va da un massimo di 175 euro per ciascun figlio minore con ISEE fino a 15mila euro, a un minimo di 50 euro per ciascun figlio minore in assenza di ISEE o con ISEE pari o superiore a 40.000 euro). Gli importi dovuti per ciascun figlio possono essere maggiorati nelle ipotesi di nuclei numerosi (per i figli successivi al secondo e per i nuclei con quattro o più figli), madri di età inferiore a 21 anni, genitori entrambi titolari di reddito da lavoro, figli affetti da disabilità.
  • una quota a titolo di maggiorazioni per compensare l’eventuale perdita economica subita dal nucleo familiare, se l’importo dell’assegno unico dovesse risultare inferiore alla somma dei valori teorici dell’assegno al nucleo familiare (componente familiare) e delle detrazioni fiscali medie (componente fiscale), che si sarebbero percepite nel regime precedente.

COME MI VERRA’ PAGATO L’IMPORTO E QUANDO?

L’assegno unico e universale è corrisposto dall’INPS ed è erogato al richiedente o, anche con richiesta successiva, in pari misura tra coloro che esercitano la responsabilità genitoriale, mediante accredito su conto corrente bancario o postale ovvero scegliendo la modalità del bonifico domiciliato.

In fase di compilazione della domanda, il genitore richiedente potrà indicare le modalità di pagamento prescelte anche con riferimento all’altro genitore (es. IBAN dell’altro genitore). Qualora il genitore richiedente non dovesse indicare la modalità di pagamento dell’altro genitore, esercente la responsabilità genitoriale, quest’ultimo potrà provvedere autonomamente a inserirle accedendo alla domanda del richiedente con le proprie credenziali. In tal caso, il pagamento della quota al secondo genitore decorrerà da quando la scelta di accredito al 50% è stata comunicata all’INPS.

In caso di affidamento esclusivo, l’assegno è corrisposto, in mancanza di accordo, al genitore affidatario. Tenuto conto che non sarà possibile verificare i contenuti dell’accordo tra i genitori, la corresponsione del 100% dell’importo spettante al genitore affidatario dovrà essere confermata anche dall’altro genitore che accede alla domanda mediante le proprie credenziali. In assenza di tale validazione, il pagamento potrà essere effettuato al genitore affidatario richiedente nei limiti del 50% dell’importo complessivamente spettante.

Nel caso di nomina di un tutore o di affidatario (legge 4 maggio 1983, n. 184), l’assegno è riconosciuto nell’interesse esclusivo del tutelato o del minore in affido familiare.

Per i percettori del Reddito di Cittadinanza l’importo dell’assegno è erogato mediante accredito sulla carta Rdc, di cui gli stessi sono in possesso, con le stesse modalità di erogazione del RdC.

Per i nuovi nati a decorrere dal 1° marzo 2022, l’assegno unico e universale spetta dal settimo mese di gravidanza.

AGEVOLAZIONI ABROGATE CON L’INTRODUZIONE DELL’ASSEGNO UNICO E UNIVERSALE

Con l’entrata in vigore dell’assegno unico e universale, a decorrere dal mese di marzo 2022 sono abrogate le seguenti misure di sostegno alla natalità, assorbite dallo stesso assegno:

  • premio alla nascita o all’adozione (bonus mamma domani);
  • assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori;
  • assegni familiari ai nuclei familiari con figli e orfani;
  • assegno di natalità (cd. Bonus bebè),
  • detrazioni fiscali per figli fino a 21 anni..

L’assegno unico non assorbe né limita gli importi del bonus asilo nido.

NEUTRALITÀ FISCALE E COMPATIBILITÀ

L’assegno unico e universale non concorre alla formazione del reddito complessivo ai fini IRPEF

L’assegno è compatibile con la fruizione di eventuali altre misure in denaro a favore dei figli a carico erogate dalle regioni, province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali. È inoltre compatibile con il Reddito di Cittadinanza nei termini e secondo i vincoli indicati.

L’assegno unico non rientra tra i trattamenti assistenziali considerati per determinare il reddito familiare.

Pubblica amministrazione: comando e distacco, come muoversi

avvisi di mobilità e interscambio

Prima del comando è opportuno che le amministrazioni interessate alla mobilità si accordino sul riparto dei costi: per esempio potrebbe essere sufficiente anche un intervento della Conferenza dei Sindaci che individui i criteri di riparto dei costi del dipendente in via autonoma ovvero una determina relativa al riparto dei costi generali dell’Ufficio, ai quali dovrà partecipare pro quota, anche l’Ente comandante.

Qualora il lavoratore venga assegnato ad altro Ente in posizione di comando (e quindi l’assegnazione è giustificata dalla sussistenza di un interesse proprio dell’ente ricevente), l’amministrazione che ne utilizza le prestazioni:

a) è tenuta a rimborsare all’amministrazione di appartenenza del personale l’onere relativo al trattamento fondamentale, secondo modalità e tempistica opportunamente preventivamente concordate;

b) è tenuta ad erogare direttamente al personale il trattamento economico accessorio, secondo le regole e modalità fissate dalla propria contrattazione decentrata integrativa, sopportandone quindi i relativi oneri.

Secondo l’ARAN non spetta al dipendente comandato l’indennità di trasferta secondo la disciplina di cui all’art. 41 del CCNL 14 settembre 2000. L’istituto del comando o distacco riguarda una temporanea assegnazione di una sede di servizio diversa da quella abituale (che diventa una temporanea sede ordinaria di servizio) presso un altro ente che si avvantaggia delle prestazioni del lavoratore interessato.

La condizione del rapporto in comando è diversa di quella del rapporto in trasferta. Nel primo caso (comando) il dipendente cessa temporaneamente di essere alle dipendenze funzionali dell’ente di appartenenza per passare alle dipendenze funzionali di altro datore di lavoro (pubblico o privato); in questo periodo lo stesso dipendente acquisisce anche una nuova ordinaria sede di lavoro; l’onere per il pagamento della retribuzione (fondamentale e accessoria) e a carico del datore di lavoro che effettivamente fruisce delle prestazioni del lavoratore.

Nel secondo caso (trasferta) il dipendente continua ad essere a tutti gli effetti alle dipendenze funzionali dell’ente di appartenenza, ma gli è ordinato di prestare la propria attività, in via del tutto eccezionale e temporanea, in una località diversa dalla propria ordinaria sede di servizio; per questo motivo ha diritto ad una diaria (che compensa il disagio) ed al rimborso delle spese sostenute.

Nel rapporto di pubblico impiego, non è necessaria la predeterminazione della durata del coniando o distacco, ancorché requisito proprio di tale istituto sia la temporaneità, potendo l’applicazione del dipendente presso altra amministrazione durare finché duri il corrispondente interesse dell’amministrazione datrice di lavoro distaccante.

Configurabilità del comando

Ai fini della configurabilità di una situazione di comando o distacco è determinante l’esistenza del concreto e persistente interesse (la cui mancanza o il cui venir meno determina l’instaurazione di un rapporto diretto fra il lavoratore distaccato ed il terzo che ne utilizza le prestazioni), senza che sia rilevante, di per sé stessa, la durata, più o meno lunga, dell’applicazione del dipendente presso l’amministrazione terza.

Di recente si segnala la decisione del TAR Emilia-Romagna sentenza 14 agosto 2017, n. 277 per la quale “il collocamento fuori ruolo costituisce un istituto modificativo del rapporto di impiego comportante una diversa modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, con diretta ed immediata incidenza sull’Amministrazione di appartenenza (in senso conforme, Corte dei conti, sez. cont., 19 gennaio 1996 n. 12, in Cons. Stato 1996, 1I, 739); prestazione lavorativa che è bene precisare – resta sempre una prestazione resa ad una Pubblica Amministrazione e nel pubblico interesse, in conformità all’art. 98 primo comma.

Il collocamento fuori ruolo

Così il collocamento fuori ruolo, dunque, deve essere inteso come naturalmente ad tempus e può essere disposto laddove esso sia previsto da una esplicita disposizione normativa ed entro limiti numerici predefiniti in relazione all’organico di ciascuna Pubblica Amministrazione; inoltre, lo svolgimento dell’incarico comportante il fuori ruolo da parte del dipendente deve corrispondere ad un interesse dell’Amministrazione di appartenenza ed essere estraneo ai compiti istituzionali di questa” (così, Cons. Stato, sez. IV, 30 aprile 2012, 1-1. 2486).

Per quanto concerne, invece, il trattamento del dipendente distaccato l’art. 19, comma 2, del CCNL del 22 gennaio 2004 dispone che: Le parti concordano nel ritenere che gli oneri relativi al trattamento economico fondamentale e accessorio del personale ‘distaccato’ a prestare servizio presso altri enti, amministrazioni o aziende, nell’interesse dell’ente titolare del rapporto di lavoro, restano a carico dell’ente medesimo.

Vi è da precisare che comunque, sia il Ministero del Lavoro (circolare n. 3/2004), sia la giurisprudenza (Cass., sez. un., 13 aprile 1989, n. 1751) ritengono legittimo quanto avviene di prassi, ossia che il datore di lavoro distaccante possa ottenere dal distaccatario (che beneficia della prestazione del lavoratore) un rimborso degli oneri connessi al trattamento economico del dipendente. Tale rimborso, tuttavia, non può superare quanto effettivamente corrisposto al lavoratore dal datore di lavoro distaccante, ossia non potrà superare il costo aziendale sostenuto per il lavoratore distaccato durante il periodo di distacco. Diversamente, si cade nei casi di illecita somministrazione di manodopera.

È legittimo, in quanto di natura ampiamente discrezionale, il provvedimento con il quale l’Amministrazione dispone la cessazione del di-pendente dalla posizione di “comando” per sopraggiunte esigenze di servizio (Cons. Stato, sez. VI, 8 gennaio 2003, n. 2).

Se è vero che il comando è finalizzato al perseguimento dell’interesse dell’Amministrazione presso cui il dipendente comandato va a prestare servizio e che quindi rientra nei poteri di quest’ultima di attivarsi ai fini della cessazione degli effetti di detto provvedimento, è vero altresì che il dipendente comandato presso altra amministrazione non acquisisce un nuovo rapporto di impiego né modifica quello originario restando sotto-posto alla pregressa regolamentazione giuridica dell’ente di provenienza con l’unica variante della prestazione di fatto del servizio a favore di una amministrazione diversa, sostituendosi, quest’ultima, solo nell’esercizio dei poteri di supremazia gerarchica.

Pertanto unico soggetto legittimato ad intervenire su quel rapporto, ad esempio, con un provvedimento di revoca del comando, è l’ente rispetto al quale permane il rapporto di dipendenza organica, mentre il potere dell’ente che si è giovato dell’attività del personale comandato si concretizza solo nella possibilità di attivarsi perché vengano meno gli effetti dell’originario provvedimento (Cons. Stato, sez. IV, 30 gennaio 2001, n. 322).

Il distacco

Il distacco non comporta l’istituzione di un nuovo rapporto di impiego con la Pubblica Amministrazione presso la quale il lavoratore è distaccato, né varia lo stato giuridico del dipendente. È illegittima la revoca di un distacco disposta non per il sopravvenire di ragioni organizzative, ma per valutazioni attinenti alla legittimità dell’operato del dipendente che possono al più sfociare nell’irrogazione di una sanzione disciplinare.

Il pianeta è sempre più a rischio

enti locali e raccolta differenziata

A tutti gli Stati europei, alla Russia, agli Stati Uniti d’America, a tutto il mondo: la vera guerra è riuscire nella salvaguardia del pianeta che big bang o Dio o non so chi, ci ha donato.

La guerra contro l’inquinamento per la riduzione dell’effetto serra non può basarsi sul sacrificio umano, quello familiare fatto con tanto di regime comportamentale per la raccolta differenziata: questa attività non costituisce un risparmio economico per gli enti locali, nessuna riduzione dell’inquinamento ovvero appena il 5% nel mondo, mentre industrie di carbone, petrolio e gas rappresentano l’80% dell’inquinamento del pianeta terra.

Quindi ogni altro sforzo rappresentato dalla raccolta differenziata o altre piccole cose risulta invano è inutile e per di più dispendioso se la riduzione dell’inquinamento non avviene nella riduzione drastica del petrolio, gas e carbone: d’altronde queste materie prime costituiscono motivo di guerre da una vita.

Cinquemila persone al mondo muoiono per l’inquinamento dell’aria.

Rinunciare ai combustibili fossili

La svolta per la riduzione del consumo e produzione dei combustibili fossili non è assolutamente il nucleare, come ultimamente si sente parlare, ma vivere una vita economica e sociale a chilometro zero, dove si mangia e produce quello che serve alla nazione.

Tutto il resto non serve.

Più passano questi cruenti giorni più è chiaro come il sole: ci stiamo avviando (ci stanno avviando a noi comuni cittadini) verso un momento buio della nostra storia, proprio come negli anni Trenta, dove una profonda crisi finanziaria sconvolse il mondo intero e l’orrore della guerra sta arrivando anche a noi, in Italia.

La faccia della stessa bandiera?

Parliamo INPS per i Dipendenti Pubblici

Nasce “PArliamo“, la newsletter dedicata ai dipendenti pubblici per fornire informazioni sempre aggiornate sulle principali novità che riguardano il lavoro pubblico e la riforma della Pubblica amministrazione.
Scarichi il primo numero qui: http://www.funzionepubblica.gov.it/newsletter

La newsletter sarà costante veicolo di notizie, ad esempio:

  • le attività formative, con particolare attenzione agli obiettivi di reskilling e upskilling;
  • la semplificazione dei procedimenti amministrativi, la digitalizzazione e la reingegnerizzazione dei processi;
  • le novità in materia di contrattazione collettiva e di rinnovo dei contratti pubblici;
  • i bandi di concorso e le procedure per il reclutamento;
  • le attività connesse alla customer satisfaction e alla consultazione diretta dei cittadini;
  • gli aggiornamenti in materia previdenziale e assistenziale.

In particolare, la newsletter consente all’INPS di fornire informazioni sulle prestazioni istituzionali di specifico interesse per i dipendenti pubblici.

Attestazione ISEE con omissioni/difformità del patrimonio mobiliare (o del reddito)

ISEE PRECOMPILATO

Assegno unico familiare e ISEE quest’anno passeggiano assieme e ci si ritrova a collegarsi al sito INPS per provare autonomamente a compilare il precompilato.

I campi richiedono l’indicazione del patrimonio immobiliare e mobiliare di entrambi i coniugi, anche se quando si spunta una voce spesso il campo “patrimonio mobiliare” si bagga e non è possibile inserire alcun dato.

Una volta inviato per la verifica il modello spesso si riceve l’attestazione ISEE con omissioni/difformità, cioè i dati patrimoniali indicati in DSU, tuttavia, pur avendoli inseriti correttamente perché rilevati direttamente dalla certificazione che mi è stata rilasciata dagli intermediari finanziari e ciò anche con riferimento ai valori dei saldi e delle giacenze al 31 dicembre del secondo anno solare antecedente che ho riportato fedelmente.

Ci si domanda se è possibile a questo punto, utilizzare l’attestazione seppur difforme per richiedere la prestazione sociale che ci
interessa?

Se l’attestazione ISEE rilasciata dall’INPS contiene omissioni o difformità del patrimonio mobiliare (o del reddito), si fa presente che l’attestazione medesima è valida a tutti gli effetti sulla base di quanto previsto dal DPCM 159/2013, ancorché difforme. Pertanto, si rappresentano le seguenti possibilità a seconda del caso:

a) se ha indicato correttamente tutti i valori del patrimonio mobiliare, come risultanti dalla certificazione rilasciata dall’intermediario finanziario (es. banca, poste italiane ecc.), anche con riferimento agli importi esatti dei saldi e delle giacenze medie riferibili al secondo anno solare antecedente (es. nel 2020, i saldi e le giacenze medie al 31 dicembre 2018), può presentare domanda per la prestazione sociale agevolata di suo interesse presso l’ente erogatore, utilizzando l’attestazione ISEE anche con omissioni o difformità. Difatti, se i valori indicati sono completi e corretti, anche facendo una nuova DSU risulterebbe comunque sempre difforme.

L’Ente che deve erogare la prestazione in questo caso ha facoltà di chiederLe la documentazione idonea per comprovare la completezza e veridicità dei dati indicati nella dichiarazione, ad esempio, inviandoLe un sms, una raccomandata, una lettera.

Qualora dalla verifica della documentazione venga riscontrata la correttezza dei dati autodichiarati, l’ente erogatore riconoscerà il beneficio.

Tuttavia, se l’Ente erogatore non si avvale di tale facoltà e la documentazione non dovesse essere richiesta non sussistono, ai sensi di legge, i presupposti per l’Ente stesso per negarle la prestazione in quanto si ribadisce che l’attestazione è valida sulla base del DPCM 159/2013;

b) se invece, ha omesso di indicare uno o più rapporti finanziari (ovvero redditi risultanti da certificazioni fiscali) deve presentare una nuova DSU o farsi rettificare la DSU precedente dal CAF, laddove l’errore l’abbia commesso l’intermediario. La nuova DSU dovrà contenere le informazioni che in precedenza erano state omesse o esposte non correttamente.

Il Manager Pubblico: management e governance della Pubblica Amministrazione

attività della pubblica amministrazione

La pubblica amministrazione oggi giorno ha bisogno di nuove sfide per aumentare il livello di trasparenza e qualità degli scambi tra gli attori sociali.

Il manager pubblico deve lavorare per aumentare il coinvolgimento e la partecipazione tra organizzazioni e cittadini e partecipazione comunitaria contribuendo nello stesso tempo a migliorare quali-quantitativamente le risposte che vuole la comunità  a parità di risorse disponibili ovvero, a tenere costante il livello a tali risposte qualora subiscano una contrazione: attivare inoltre tutte le risorse comunitarie verso obiettivi condivisi.

Nella pubblica amministrazione si avverte sempre la necessità di aumentare la capacità di pianificazione strategica di lungo periodo degli attori pubblici: questi ultimi intervenendo attivamente nella pianificazione possono contribuire con più sostanza alla fase di attuazione e implementazione degli interventi.

Un manager pubblico non può far a meno di adottare una politica del personale per aumentare la predisposizione e la capacità dei soggetti di lavorare in modo integrato e duraturo.

I compiti chiave del manager pubblico

Possono riassumersi nel:

giudicare il valore delle proposte studiate;

operare verso l’alto con la politica per ottenere legittimazione e supporto;

operare verso il basso per migliorare la capacità organizzativa e gestionale.

Caratteristiche della Pubblica Amministrazione

La PA si  caratterizza oggi giorno sempre più per la sua territorialità, per i suoi poteri e per l’interesse pubblico , eterogeneità delle funzioni e delle attività, assenza del prezzo di cessione.

Territorialità intesa come territorio di riferimento che gli uffici pubblici devono servire, dimensione spaziale e fisica sulla sostenibilità ambientale sul quale costruire un rapporto duraturo nel tempo. E’ passato il momento della sussidiarietà verticale e le comunità territoriali chiedono la sussidiarietà orizzontale dove l’azione amministrativa sintetizza il potere di governo.

Interesse Pubblico inteso quale perseguimento di finalità a favore della comunità insediata in quel territorio di riferimento, svolgendo funzioni di varia natura ragion per cui si caratterizza per la sua eterogeneità delle attività. Interesse pubblico è in pratica una sintesi del valore sociale prodotto da tutti i soggetti che operano nel territorio. Dove c’è produzione di valore sociale ci sarà una produzione di valore economico a condizione che i meccanismi di governo rendono agli attori la fruibilità e un ritorno di questo impegno.

Poteri sovra-ordinati: la PA esercita i propri poteri anche nei confronti di altri poteri in base, comunque, a regole codificate: questo determina anche la formalizzazione dell’attività amministrativa anche a tutela di cittadini e imprese determinando tuttavia qualche effetto negativo  come la cristallizzazione della decisione con una ovvia riduzione di efficacia ed efficienza ed una prevalenza della tutela formale dei diritti rispetto a quello sostanziale. Per esempio i diritti che i cittadini hanno sulla carta ma che sostanzialmente si fa fatica a goderne (diritto alla salute).

Per assenza del prezzo di cessione (inteso come prezzo di vendita di un servizio) si fa riferimento alla qualità della gestione della pubblica amministrazione in senso economico non influenzata dall’equilibrio finanziario: tariffe per servizi più basse del costo di produzione. Eccellenza nel settore della sanità –

Questo determina un senso di rilassatezza e sazietà da parte della comunità che tende a ridurre il consenso dei servizi resi dalla pubblica amministrazione perché considerati normali e scontati (costo del biglietto del treno rispetto al costo strutturale di una stazione ferroviaria) e, qualora l’amministrazione ne riducesse la quantità o qualità, contenendo la propria attività, il cittadino avvertirebbe un senso di vessazione.

Naturalmente l’assenza del prezzo di cessione dei prodotti/servizi rende meno misurabile il “prodotto” pubblico da parte dei cittadini .

Il ricorso al debito pubblico per esempio non ha effetti positivi se non correttamente utilizzato secondo un piano strategico: un risvolto negativo è quello di sottrarre risorse alle imprese considerato che il debito pubblico è imponente e nell’utilizzo del debito per la spesa pubblica invece di investire nei processi per migliorali.

Effetto annuncio e servizi pubblici: misurazione del prodotto a breve termine

A volte si sente parlare di “effetto annuncio” dell’attività amministrativa: con questo termine si vuole fare riferimento al pensiero di chi sostiene, e a volte è anche abbastanza reale, che i ritmi istituzionali spesso condizionano la gestione delle pubbliche amministrazioni spingendo verso una visione di breve periodo piuttosto che di lungo, producendo così un effetto annuncio – recepito come un servizio o prodotto pubblico, reso con effetti e obiettivi a breve termine che nel lungo periodo perdono la loro importanza o fruibilità anche per la percezione della comunità.

La conseguenza dell’effetto annuncio, che deve rappresentare l’elemento di credibilità dell’agire dell’organizzazione pubblica diventa un freno quando le promesse non vengono mantenute dalla PA.

Il sistema azienda pubblica

Il sistema azienda pubblica va analizzato partendo dalle risorse, cioè dai fattori produttivi acquisiti a titolo oneroso.

La combinazione di tali fattori produce dei risultati intermedi che con il processo di cessione, determina il risultato finale di risposta al bisogno dell’interesse pubblico.

L’economicità dell’azione amministrativa (attività) va valutata nel lungo periodo ove si determina l’equilibrio tra risorse e risultati finali.

Il difficile ruolo delle scelte pubbliche

La Pubblica Amministrazione si trova sempre a mediare tra vari interessi coinvolti volti a dare risposta ai bisogni della collettività: imprese, artigiani e cittadini privati.

In pratica ha un ruolo determinante perché sintetizza gli obiettivi contrapposti considerando tra l’altro che le società contemporanee sono culturalmente e socialmente sempre più frammentate e polarizzate e la sintesi decisionale risulta particolarmente complessa; infatti, basta guardare la dialettica tra previdenza e generazioni sociali, diritti e doveri degli immigrati, eutanasia, coppie di fatto (problemi etici).

La conflittualità degli obiettivi è strutturale in società complesse e democratiche: ogni singolo cittadino partecipa a differenti meccanismi di rappresentanza non sempre concordi tra loro come avviene quando la stessa persona è genitore di alunni che chiedono la riduzione del traffico e contemporaneamente è membro di un’associazione di commercianti che si oppone alla chiusura del traffico del centro alle auto.

Orbene, non vi è dubbio che il livello della funzionalità elevata o bassa delle pubbliche amministrazioni agevola o ostacola le attività di sintesi decisionale.

Sulla base di questa direzione necessaria sono stati individuate cinque priorità per il cambiamento della PA italiana:

  1. Creare una amministrazione leggera, al servizio dei cittadini e delle imprese;
  2. Creare valore per i cittadini: rafforzare il policy making;
  3. Governare il cambiamento;
  4. Fare squadra per trainare il cambiamento;
  5. Le reti di relazione come risorsa per il cambiamento.

Una delle leve strategiche che può favorire la realizzazione delle condizioni affinchè le amministrazioni si adattino al cambiamento è la comunicazione. Questo riguarda tutte le organizzazioni, specie se sono in fase di ripensamento delle proprie relazioni con l’utenza, dei propri servizi e delle proprie modalità organizzative.

Le amministrazioni pubbliche dovrebbero assumere decisioni rilevanti, dopo aver ascoltato tutti gli stakeholder e utilizzando con pari intensità distinti modelli decisionali.

Creare una amministrazione leggera, al servizio dei cittadini e delle imprese

La prima priorità  richiede alle amministrazioni di diventare amichevoli, anticipatrici ed affidabili: l’amichevolezza dipende dalla capacità delle amministrazioni di rendere più semplice il contatto tra PA e utenti facilitando l’accesso ai servizi, limitando gli spostamenti, integrando gli uffici, riducendo le code e le attese e creando delle condizioni ambientali più piacevoli (spazi confortevoli, uffici decorosi, addetti e operatori cortesi, ecc.).

Modello politico, istituzionale ed economico-aziendale

Molto di più di una azienda privata, di una società di capitali, di un’impresa che fa solo business riducendo al massimo i costi, le pubbliche amministrazioni sono chiamate a fare.

La PA oggi adotta tutti e tre i modelli per analizzare e decidere: ogni modello (politico, istituzione ed economico-aziendale) utilizza diversi strumenti adatti a valorizzare il contributo degli stakeholder; il processo decisionale è frutto della sintesi di questi modelli.

Modello Politico

Il modello politico trova la sua logica nella ricerca dei consensi della maggioranza degli eletti attraverso i meccanismi di rappresentanza democratica, strumenti culturali come il dibattito nei mass media nella società civile. Le discipline di riferimento del modello politico e che guidano tale prospettiva sono: scienze politiche, sociologia delle istituzioni, diritto costituzionale, economia delle istituzioni.

Modello Istituzionale

Nel modello istituzionale le discipline prioritarie di riferimento guida delle amministrazioni pubbliche vanno dal diritto amministrativo alla contabilità pubblica e programmazione economica nazionale, regionale, locale oltre al diritto costituzionale e scienze dell’amministrazione.

In questa dimensione la PA esercita il potere decisionale nel rispetto delle regole del patto sociale che garantisce l’equilibrio tra esercizio della sovranità e tutela delle libertà individuali e dei gruppi sociali attraverso il ruolo degli organi a cui sono attribuiti poteri e competenze, regole e procedure.

Modello Aziendale

Nel modello aziendale le discipline prioritarie di riferimento guida delle amministrazioni pubbliche comprendono l’economia aziendale, il management pubblico, sociologia dell’organizzazione, valutazione degli impatti. Nella dimensione aziendale, l’attività delle pubbliche amministrazioni è analizzata sotto il punto di vista della produttività interna pianificazione strategica valutazione delle performance analisi di fattibilità delle scelte.

Attraverso queste analisi le attività pubbliche possono riorganizzarsi ottimizzando e innovando i processi e i servizi e, attraverso lo strumento di analisi degli impatti sociali dei servizi e delle politiche può riprogettarsi semplificando le procedure.

Equilibrio e buon funzionamento dell’amministrazione pubblica

In fine dei conti però bisogna aver presente anche che le attività intrinseche ed estrinseche che legano le funzioni amministrative influenzano l’efficienza o inefficienza dell’azione amministrativa: ogni modello costituisce condizione necessaria ma non sufficiente per il buon funzionamento delle istituzioni pubbliche, tuttavia, una buona organizzazione aziendale che applica però politiche inefficaci o inique peggiora paradossalmente i risultati/bisogni sociale.

Non esiste una gerarchia logica o valoriale dei tre modelli: il buon funzionamento di ognuno è fondamentale e irrinunciabile: le PA hanno performance modeste se uno dei tre modelli ha risultati insoddisfacenti rispetto al suo paradigma interno.

Solo l’equilibrio dei tre modelli può garantire il buon funzionamento degli stessi.

MOBILITA' DISTACCO COMANDO

Sei sulla piattaforma di annunci di mobilità e interscambio nel pubblico impiego: il portale dei dipendenti pubblici e statali dove poter inserire gratis il tuo annuncio di mobilità compensativa volontaria e contattare il collega disponibile ad inter-scambiare il suo posto di lavoro con il tuo. Avvicinati a casa, non fare più tanti km per raggiungere il posto pubblico di lavoro.

Questo è lo strumento giusto che incrocia domanda e offerta di mobilità volontaria compensativa dei pubblici dipendenti o impiegati.

Nella sezione ANNUNCI consultate i colleghi disponibili a cedere il proprio posto di lavoro.

La mobilità volontaria compensativa dei Dipendenti Pubblici

La mobilità volontaria è quell’istituto giuridico attraverso il quale il dipendente pubblico chiede il trasferimento ad altra amministrazione.

Questa è la mobilità volontaria e presuppone il necessario consenso delle due amministrazioni coinvolte. La mobilità nel pubblico impiego può essere di due tipologie: mobilità permanente e mobilità temporanea.

La mobilità permanente, il trasferimento del lavoratore da un’amministrazione all’altra avviene in via definitiva; giuridicamente questo passaggio si realizza attraverso la “cessione del contratto individuale di lavoro”.

La mobilità temporanea si realizza invece, attraverso l’applicazione di altri e diversi istituti giuridici e cioè:

il comando,
il distacco;
il fuori ruolo.

A differenza della mobilità volontaria permanente, la titolarità del rapporto di lavoro rimane in capo all’amministrazione cedente ed il trasferimento è a termine cioè a tempo.

La mobilità permanente si può a sua volta suddividere in due tipologie più specifiche:

1) la mobilità volontaria, di cui si è già detto e nella quale è il dipendente a chiedere il trasferimento; il passaggio è tuttavia subordinato al consenso di entrambe le amministrazioni;

2) la mobilità imposta dall’amministrazione, dove il trasferimento del dipendente pubblico, avviene per motivi oggettivi, come nel caso di dichiarazione di eccedenza di personale seguita da ricollocazione presso altra amministrazione ovvero nei casi di fusione o trasferimento di competenze tra diverse amministrazioni, con contestuale passaggio di personale.

Ritengo che la mobilità volontaria sia lo strumento ideale per avere lavoratori più motivati, in molti casi più riposati e con un impegno più confacente alle loro esigenze di vita.

CERCASI ANIMA GEMELLA 

Posso dire che la mobilità per interscambio funziona un po’ come una permuta: io prendo il tuo impiego e tu il mio. Essendo quasi impossibile conoscere persone con la propria necessità, nel corso degli anni è nato qualche sito web che di fatto opera come un ufficio di collocamento e permette di pubblicare un annuncio con città di provenienza, profilo professionale e destinazione desiderata.

Per cambiare sede di lavoro, infatti, occorre il nulla osta dei superiori. E fra blocco del turn over e assunzioni inesistenti da anni, in tempi di magra nessuno vuole privarsi del personale. Non a caso solo uno statale ogni 100 in media ci riesce, secondo l’ultimo rapporto dell’Aran, l’agenzia che rappresenta la Pubblica amministrazione nella contrattazione collettiva.

Resta il fatto che trovare l’altra metà della mela, per dirla con Platone, è difficilissimo. Pochi dipendenti pubblici e statali ce la fanno: grosso modo i fortunati sono una ventina l’anno.

Sappiamo che le amministrazioni pubbliche (Enti Locali, Ministeri, etc) ostacolano – non agevolano il percorso della mobilità volontaria – Ecco perché nasce il sito www.mobilitanelpubblicoimpiego.it per dare la possibilità di inserire e pubblicare annunci di mobilità e di interscambio.

L’unico modo per trasferirsi e ridurre al minimo la discrezionalità dei dirigenti (chiamati comunque a dare il via libera finale) è dimostrare che c’è qualcuno con lo stesso profilo professionale disposto a occupare il posto di lavoro che si intende lasciare (e viceversa).

Chi ci riesce, la vive comprensibilmente come un dono calato dal cielo. Come l’impiegata di Siena che, dopo tre anni di attesa, è riuscita quanto meno ad avvicinarsi al marito a Benevento ottenendo un trasferimento a Napoli. Oppure il dipendente del comune di Messina che ha trovato uno scambio con un collega sconosciuto che lavorava a Milano. Per tutti gli altri, in attesa di una mobilità più flessibile, non resta che sperare. Almeno quello non costa nulla.

Qui..  potrete inserire i vostri annunci di interscambio o mobilità con altri colleghi che lavorano in altre zone per raggiungere i reciproci interessi di vicinanza alla residenza, alla famiglia, altro.

 Mario è un ispettore della polizia provinciale a Reggio Calabria e sogna il Trentino. Alessandro è una archivista della Regione Piemonte e vuole tornare in Sicilia per stare più vicina ai familiari. Carla invece vive in provincia di Brescia ma lavora a Cremona e non pretende molto: solo avvicinarsi un po’ di più a casa. Daniele vorrebbe solo avvicinarsi di qualche chilometro alla sede di lavoro, risparmiando così al giorno ben 40 km e riducendo la spesa del carburante.

La vita è fatta di grandi aspirazioni e piccoli desideri. A volte addirittura “minuscoli”, come poter dormire mezza ora in più o evitare di tornare a casa troppo tardi la sera. E a volte addirittura c’è chi pure vuole allontanarsi dalla propria regione perché non si trova più a suo agio nel paese in cui viva. Magari si vuole andare in altra parte di Italia per avere più servizi e vivere in luogo più civile.

C’è chi dal Sud vuole andare a Nord e viceversa. Un’ambizione comune a tutti i pendolari dipendenti pubblici sempre più colpiti da tagli e disservizi di ogni genere. E allora inserisci e pubblica il tuo annuncio di mobilità interscambio con altri colleghi.

I permessi retribuiti per particolari motivi personali o familiari: art 32 e dipendenti pubblici

articolo 32 dipendenti pubblici

Il primo comma dell’art. 32 del CCNL – Funzioni Centrali dispone che “A ciascun dipendente possono essere concesse, a domanda, compatibilmente con le esigenze di servizio, 18 ore di permesso retribuito nell’anno, per particolari motivi personali e familiari.”

Le 18 ore di permesso, riconosciute al lavoratore senza alcuna decurtazione stipendiale (spetta l’intera retribuzione, ivi compresa l’indennità di posizione organizzativa) e senza alcuna incidenza sulle ferie e sull’anzianità di servizio, possono essere fruite nell’arco dell’anno solare in più momenti, computando anche le frazioni di ore.

Relativamente ai permessi retribuiti per particolari motivi personali e familiari si osserva che nonostante ogni enti locale o altro ente pubblico, abbia una propria autonomia interna ed organizzativa per quanto concerne la gestione dei diritti dei dipendenti pubblici, questi non rappresentano un diritto soggettivo tout court del lavoratore pubblico.

I permessi retribuiti in discussione, articolo 32, sono soggetti secondo l’andamento dirigenziale, dell’Aran e di qualche sentenza, alla discrezionalità del dirigente preposto al servizio presso il quale l’impiegato statale esercita la propria attività lavorativa.

Infatti si prende atto di alcune circolari dirigenziali dove ogni richiesta di permesso retribuito ex articolo 32 CCNL del 2018 va valutata dal dirigente per verificarne la sussistenza di ragioni organizzative od operative che possono impedire la concessione del permesso stesso.

Ci si chiede se vi siano dei margini per stabilire se per caso l‘esigenza di servizio debba avere una valenza pubblica tale infierire sul diritto del pubblico dipendente ex art 32.

D’altronde è il giorno x all’ora y che il pubblico dipendente ha bisogno del permesso. Pertanto vederselo negato per un’esigenza di servizio rimane pressochè una vigliaccheria, tanto è vero che sono pochissimi gli enti pubblici che adottano una politica così rigida e restrittiva nei confronti di richiedente il diritto che si estrinseca in una facoltà, soprattutto negli uffici pubblici dove di contingente c’è poco e niente.

Alcune circolari di enti dichiarano che:” più sarà motivata e giustificata la richiesta del dipendente anche in ordine ai propri carichi di lavoro, tanto sarà più agevole la comparazione tra gli interessi del lavoratore e le esigenze di servizio”. Una tale affermazione converge tuttavia con l’istituto giuridico proprio dell’articolo 32 CCNL dove non è richiesto che l’impiegato debba motivare e/o giustificare la propria richiesta di usufruire di ore o di un giorno per motivi particolari o famigliari. Un abuso di potere vero e proprio dirigenziale si palesa nel momento in cui il dirigente di qualsiasi servizio pubblico, per accordare o autorizzare la richiesta, la subordini a motivarla.

Sono o non sono motivi personali o familiari?

Si legge ancora in alcune circolari dirigenziali, quindi redatte ed emanate dal dirigente di un ufficio della pubblica amministrazione che:<< il dipendente dovrà trasmettere almeno 3 giorni prima una specifica richiesta corredata da autocertificazione sulla motivazione giustificativa, nella quale deve esporre i motivi personali e familiari che sono alla base della domanda e per i quali non è possibile utilizzare altri istituti contrattuali specificatamente previsti>>.

A questo punto si chiede l’eliminazione dell’articolo 32 CCNL in quanto determina e genera una vera confusione nei diritti del lavoratore pubblico che pur volendo usufruire, deve varcare la montagna.

Mobilità preventiva e utilizzo di vecchie graduatorie

Le procedure selettive nel pubblico impiego devono assicurare in misura adeguata l’accesso dall’esterno. Sovviene l’istituto della mobilità esterna volontaria o obbligatoria: la mobilità tra amministrazioni pubbliche sottoposte al regime di limitazione (Enti locali) è neutra anche ai fini del rispetto dei vincoli assunzionali.

L’articolo 35, comma 5-bis del decreto legislativo n. 165/2001 dispone che i vincitori di concorsi devono permanere nella sede di prima destinazione per un periodo non inferiore ai cinque anni. L’ente che vuole acquisire nuovo personale è tenuto quindi a svolgere preventivamente la doppia procedura di mobilità esterna, prassi suggerita anche dall’ANCI.

L’utilizzo di vecchie graduatorie e lo scorrimento

Le graduatorie concorsuali sono efficaci per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione per l’eventuale copertura dei posti inerenti allo stesso profilo e alla stessa categoria che si rendono vacanti e disponibili. Questo vale per gli Enti locali. Si sottolinea che l’istituto dello scorrimento delle graduatorie non può essere utilizzato per la copertura di posti di nuova istituzione o trasformati: infatti la ratio della legge mira ad evitare che le Pubbliche Amministrazioni possono essere indotte a modificare la pianta organica al fine di assumere uno dei candidati inseriti in graduatoria i cui nomi sono conosciuti.

Scorrimento delle graduatorie e nuovo concorso pubblico

La posizione soggettiva del soggetto idoneo non vincitore ma collocato utilmente in graduatoria non è poi proprio così tutelata in realtà. Prevale l’orientamento giurisprudenziale secondo cui a fronte di una graduatoria valida ed efficace non è possibile trascurare, attraverso l’indizione di un concorso pubblico, la posizione di soggetti in precedenza selezionati come idonei in ossequio al principio di economicità dell’azione amministrativa.

Anche il Consiglio di Stato si è espresso in questi termini:

“in presenza di graduatorie concorsuali validi ed efficaci la decisione con cui l’amministrazione avvia una nuova procedura selettiva deve essere sorretta da una puntuale e approfondita motivazione volta ad illustrare le ragioni della scelta e giustificare il sacrificio delle posizioni giuridiche dei soggetti idonei”

La riconosciuta prevalenza delle procedure di scorrimento non é comunque assoluta e incondizionata. Sono tuttora individuabili casi in cui la determinazione di procedure al reclutamento del personale, mediante nuove procedure concorsuali, anziché attraverso lo scorrimento delle preesistenti graduatorie, risulta pienamente giustificabile, con il consequente ridimensionamento dell’obbligo di motivazione.

In tale contesto si situano, in primo luogo, le ipotesi in cui speciali disposizioni legislative impongano una  precisa cadenza periodica del concorso, collegata anche a peculiari  meccanismi di progressioni nelle carriere, tipiche di determinati settori del personale pubblico. 

In secondo luogo acquista importanza anche l’intervenuta modifica sostanziale della disciplina applicabile alla procedura concorsuale, rispetto a quella riferita alla graduatoria ancora efficace, con particolare riguardo al contenuto delle prove di esame e ai requisiti di partecipazione. Per esempio le nuove procedure concorsuali prevedono significative diversità rispetto a quella conclusasi con la graduatoria approvata nel 2005. Le differenze riguardano l’introduzione di una prova di lingua straniera e una più specifica indicazione dell’oggetto delle prove di contenuto giuridico. Infatti, in queste ultime non soltanto si fa riferimento alla legislazione universitaria genericamente intesa, ma in modo maggiormente dettagliato, si considerano anche i procedimenti in atto presso l’Università con l’uso di apparecchiature informatiche.

Queste circostanze risultano idonee a giustificare l’opzione di bandire nuove procedure selettive. In mancanza di tale motivazione l’avvio di una nuova selezione e illegittimo: in ogni caso, qualora si sia in presenza di una disposizione sul bando di concorso secondo cui la graduatoria rimane efficace per l’eventuale copertura oltre che dei posti messi a concorso, anche di quelli che si venissero a rendere successivamente vacanti e disponibili nello stesso profilo professionale, diviene oltre modo doveroso rispettare la stessa disposizione.

Una volta esercitata da parte della Giunta comunale la discrezionalità di coprire i posti vacanti e disponibili in organico, l’ente non può indire un nuovo concorso prescindendo dalla graduatoria esistente. In definitiva, l’Ente locale può liberamente procedere ad una nuova selezione solo in assenza di graduatorie valide ed efficaci: se c’è una graduatoria è possibile indire una nuova selezione solo in circostanze particolari di cui occorre dar conto adeguatamente (facoltà comunque preclusa in caso di specifica previsione sul bando). Ovviamente ciò non significa che il concorrente idoneo vanti alcun diritto all’assunzione che comunque e subordinata alla scelta discrezionale dell’ente di coprire posti ulteriori.

Fermo restando dunque il diritto soggettivo dei vincitori all’effettiva assunzione, per quanto concerne gli idonei la prevalente giurisprudenza opta per una posizione di interesse legittimo allo scorrimento della graduatoria in caso di aumento del numero dei posti vacanti nella medesima amministrazione, ovvero in altra se convenzionata.

Scorrimento graduatoria o mobilità volontaria?

Il punto è controverso, in assenze di specifiche disposizioni le amministrazioni godono di ampia discrezionalità in merito alla scelta della procedura concorsuale da adottare: l’esistenza di una graduatoria ancora valida limita ma non esclude l’indizione di un nuovo concorso mediante la procedura di mobilità: infatti quest’ultima è alternativa all’assunzione di personale nuovo rispetto al concorso o allo scorrimento delle relative graduatorie. Sembra emergere un primato della mobilità rispetto all’indizione di un nuovo concorso considerato che questa percorso consente sia l’acquisizione di personale già formato che l’assorbimento di eventuale personale eccedentario, con i connessi risparmi di spesa.

Concludendo è opportuno precisare che la procedura di mobilità rappresenta una ipotesi di cessione del contratto pertanto gli enti locali secondo la giurisprudenza devono limitarsi a stabilire i requisiti di accesso al posto pubblico. Il candidato in possesso di tali requisiti non può essere dichiarato inidoneo.

Quindi in caso di nuove assunzioni le tappe da seguire sono:

  1. mobilità volontaria;
  2. se infruttuosa e si ci sono spazi assunzionali procedere con la mobilità obbligatoria;
  3. se infruttuosa quella obbligatoria e se il posto è preesistente ad una graduatoria valida procedere con lo scorrimento della graduatoria;
  4. in assenza di graduatoria da scorrere procedere con nuova selezione.

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